A book emerged from the need to try to tell the story of architecture in a way quite unlike how it’s usually told, in a continuous dialogue between the anthropological gaze of Armin Linke’s photos compared with the ideation process of two public works by the Carlana Mezzalira Pentimalli architecture office.
The book documents and brings together two exhibition projects by Nina Canell and Maria Hassabi. Essays, unpublished materials and a rich set of photographic materials form the driving force behind two visual narratives that offer new keys to understanding the research of the two artists.
Can art, literature, filmmaking, and music draw out, make visible, legible, audible, or even contestable the patterns in which our lives are held? Considering the work by Stan Douglas, Harun Farocki, Ingri Fiksdal, Åke Hodell, Stefan Panhans & Andrea Winkler, Susan Philipsz, and Elizabeth Price, this publication entertains this question.
This new major monographic publication on the Ghanian artist documents the work that transformed sites and repurposed buildings in his native town of Tamale to transformative outcomes rooted into the idea of art as a tool of understanding, rebalancing, and advancement.
For life and limbs, Austrian artist and curator Anna-Sophie Berger has assembled a group of works, from Arakawa and Gins to Lyle Ashton Harris, that register the body as a habitat that can be imaginatively stretched, altered, modified, adorned, replicated or destroyed.
This two-volume catalog, curated by Andrea Bellini and the New York-based collective DIS, is the outcome of the 2021 edition of the Biennale de l’Image en Mouvement (BIM’21), presented at the Centre d’Art Contemporain Genève.
A cura di Cloé Perrone
Testi di Adrienne Edwards, Ekow Eshun, Francesco Freddolini, Wangechi Mutu, Cloé Perrone, Ilaria Puri Purini
Progetto grafico di Lorenzo Mason Studio
2025, Italiano, rilegato tela, 30 x 24 cm, 202 pagine
ISBN 979-12-80579-81-2
Il titolo di questo ricca pubblicazione, pubblicata in occasione della personale dell’artista keniota americana Wangechi Mutu alla Galleria Borghese – la prima volta nella centenaria storia della villa per un’artista donna vivente – evoca il profondo significato della pratica duplice di Mutu, intrecciata tra poesia e mitologie, ma profondamente ancorata ai contesti sociali e materiali contemporanei. La “terra nera”, ricca e malleabile sotto la pioggia, quasi come argilla, appare in molteplici geografie, inclusi i Giardini Segreti della Galleria Borghese, che offrono un punto di risonanza con l’immaginario dell’artista. Da questa terra, le sculture sembrano emergere, come modellate da una forza primordiale, dando vita a storie, miti, ricordi e poesie. La metafora sottolinea la forza generativa e trasformativa del suo lavoro: radicato nella materialità ma aperto a molteplici interpretazioni future.
L’intervento di Wangechi Mutu introduce un vocabolario inedito nell’architettura storica e simbolica della Galleria Borghese. Attraverso la scultura, l’installazione e l’immagine in movimento, l’artista propone un approccio innovativo allo spazio museale, che sfida la gerarchia, la permanenza e il significato fisso. Le sue opere interrogano il peso visivo e l’autorità della collezione, adottando strategie di sospensione, fluidità e frammentazione. In tal modo il museo non si presenta come un semplice contenitore statico di oggetti, ma come un organismo vivo, in continua trasformazione, plasmato dalla perdita, dall’adattamento e dalla riconfigurazione.
Introdotto da un testo della curatrice Cloé Perrone che analizza il contesto e le tematiche che hanno plasmato la mostra, il volume è arricchito da altri quattro saggi a cura di Adrienne Edwards, Ekow Eshun, Francesco Freddolini e Ilaria Puri Purini, oltre che da una conversazione tra Eshun e l’artista. Un ricco apparato iconografico permette di ripercorrere la mostra, sviluppata nelle sale sontuose della Galleria, nei suoi giardini, fino a una presenza extra muros, all’American Academy.